Lunedì mattina la città di Rovigo si è svegliata con dodici cadaveri in piazza Garibaldi. Uomini, donne, bambini, coperti da un velo bianco e con ai piedi una targhetta, ognuna con una scritta.

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Questa mattina è stato svelato il segreto con un video dalla pagina dell’artista Andrea Dodicianni, che ne rivendica la paternità. Il video racconta il risveglio della città con l’opera e la sorpresa delle persone che, ignare, ne entravano in contatto, ponendo l’accento su come si sia ormai perso il contatto con la violenza di certe paroleFrasi che non sono certo state inventate da una mente creativa, ma che sono state raccolte nei giorni scorsi dal team di Dodiciannni con una serie di interviste alla popolazione locale. Il quadro è agghiacciante: “Che se li portano a casa loro, e se li mantengano”; “Sanno il rischio che corrono quando si imbarcano, quindi, a loro rischio e pericolo”, “Gli Africani sono pigri” , per citarne solo alcune.
Cosa succederebbe se queste frasi diventassero realtà? Saremo pronti ad accettarle o lo facciamo solo quando capita a migliaia di chilometri di distanza?

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  Dodicianni ha creato un’installazione davvero dirompente: la consapevolezza di una guerra fratricida tra poveri, una moderna Guernica che ha ancora una volta il compito di stupire, scandalizzare, ormai cifra stilistica di Dodicianni (ricordate la sua mostra ad Adria su Angela Merkel?) L’installazione artistica non a caso è stata restituita oggi, in occasione della giornata mondiale del rifugiato, e inserita nell’ambito di “Arte per la Libertà – Il festival della creatività per i diritti umani“. Arte per la Libertà è promosso dall’Associazione Culturale Voci per la Libertà quale significativa evoluzione dei vent’anni di esperienza maturata nell’organizzazione dei festival “Voci per la Libertà – Una Canzone per Amnesty” e dei cinque anni di “DeltArte – il Delta della creatività”, la famosa kermesse di arte contemporanea sul Delta del Po.  

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  Le parole dell’artista: Abbiamo tutti uno zio, un parente, un amico che pensa queste frasi e non si fa scrupoli a dirle ad alta voce contando di poterlo fare. E’ arrivato il momento che queste persone si rendano conto del peso, a volte drammatico, delle parole; spetta alla mia generazione e a quella dopo imporsi, far sì che l’aver visto il mondo e altri modelli di integrazione ci dia il coraggio di far valere il rispetto per ogni vita umana, mettendo da parte le stagnanti chiacchiere da bar; come figli che per una volta, hanno qualcosa da insegnare ai padri.